Il consigliere regionale calabrese Nicola Paris (in foto) è finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Inter Nos” scattata stamattina all’alba. La guardia di finanza ha eseguito 17 misure cautelari. Su disposizione del gip Karin Catalano, 9 indagati sono finiti in carcere, 7 ai domiciliari e per uno è stata disposta l’interdizione. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e dalla Procura ordinaria di Reggio Calabria, ha riguardato le infiltrazioni della ‘ndrangheta negli appalti della sanità reggina. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gerardo Dominijanni e dei pm Walter Ignazitto, Giulia Scavello e Marika Mastrapasqua, le fiamme gialle hanno sequestrato imprese per oltre 12 milioni di euro. I provvedimenti sono stati eseguiti dai finanzieri del comando provinciale e dello Scico nelle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Roma, Livorno, Verona e Milano. Le indagini hanno dimostrato l’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia legale. I pm, infatti, hanno dimostrato come le cosche si sono infiltrate negli appalti dell’Azienda sanitaria provinciale.

Dipendente dell’Ansaldo Breda ed eletto nel 2020 nella lista dell’Udc (ora nel Misto), Paris è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. L’inchiesta, però, è molto più ampia e riguarda diverse famiglie mafiose del reggino. Tra gli arrestati, infatti, ci sono soggetti intranei o ritenuti vicini alle cosche Serraino di Reggio Calabria, agli Iamonte di Melito Porto Salvo e ai Floccari di Locri. L’indagine della guardia di finanza ha fatto luce su un’associazione a delinquere finalizzata al condizionamento degli appalti per le pulizie e alle varie proroghe. A questo vanno aggiunti diversi episodi di corruzione finalizzati al pagamento privilegiato di fatture. Nel periodo della pandemia, inoltre, i pm hanno riscontrato irregolarità legate alle sanificazioni e alle mascherine.

Ritornando al consigliere regionale Paris è accusato di essere stato vicino ai soggetti legati alla ‘ndrangheta di Melito Porto Salvo e di Reggio Calabria. In particolare, secondo la Procura di Reggio Calabria, si sarebbe impegnato per la conferma di un funzionario infedele che avrebbe favorito i clan. Tra gli arrestati, infatti, ci sono anche alcuni funzionari dell’Asp come il direttore finanziario dell’Azienda sanitaria. Nicola Paris era stato eletto con il centrodestra nel 2011 al Consiglio comunale di Reggio Calabria, poi sciolto nel 2012 per infiltrazioni mafiose. Rieletto con il centrosinistra nel 2014 a Palazzo San Giorgio, nel 2020 è tornato a destra e si è candidato alla Regione con l’Unione di Centro. Eletto a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale, con 6358 voti Paris è componente delle commissioni permanenti “Assetto del territorio”, “Politiche sociali e del lavoro” e delle commissioni speciali “Statuto e regolamento”, “Controllo e garanzia”. È inoltre consigliere delegato ai “Grandi eventi e tradizioni popolari” e all’edilizia scolastica.

Nei suoi confronti la Dda e la Procura ordinaria avevano chiesto il carcere perché, nella sua qualità di consigliere regionale “tentava di intervenire – è scritto nel capo di imputazione – presso il Governatore facente funzioni della Regione Calabria Antonino Spirlì, al line di sollecitare il rinnovo contrattuale” di Giuseppe Corea, il direttore del settore della struttura complessa Gestione Risorse Economico Finanziarie dell’Asp di Reggio. Ritenuto un “funzionario asservito” agli imprenditori coinvolti nell’inchiesta (e che avevano sostenuto lo stesso Paris “durante la campagna elettorale”), Corea è finito in carcere assieme a Domenico Chilà, Antonino Chilà, Giovanni Lauro, Antonino D’Andrea, Mario Carmelo D’Andrea, Francesco Macheda, Nicola Calabrò e Massimo Costarella.

Oltre a Paris sono finiti ai domiciliari, invece, la funzionaria dell’Asp Filomena Ambrogio, gli imprenditori Angelo Zaccuri, Lorenzo Delfino Sergio Piccolo, Gianluca Valente e l’impiegato della Direzione sanitaria dell’ospedale di Melito Salvatore Idà.

Il gip ha disposto, infine, l’interdizione per un anno nei confronti di Giuseppe Giovanni Galletta, il direttore dell’esecuzione del contratto di appalto per le pulizie vinte dall’Ati “Helios” ritenuta legata alle cosche di Locri oltre che alle famiglie mafiose Serraino di Reggio Calabria e Iamonte di Melito Porto Salvo.

Complessivamente sono 24 gli indagati dalla Dda di Reggio e tra questi, a piede libero, ci sono anche l’ex direttore generale dell’Asp Grazia Rosa Anna Squillacioti, l’ex commissario Francesco Sarica e la dirigente dell’ufficio Programmazione e Bilancio dell’Azienda sanitaria Angela Minniti. Tutte e tre sono accusati di turbativa d’asta.

Al centro dell’inchiesta condotta dai finanzieri dello Scico e del Gico ci sono i servizi di pulizia e sanificazione delle strutture amministrative e sanitarie ricadenti nella competenza territoriale dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria sono stati affidati a società, i cui membri, risultati essere “legati” a varie consorterie criminali operanti nel territorio della Provincia di Reggio Calabria.

Stando a quanto emerso dalle indagini, infatti, ci sarebbe stato un distorto utilizzo del sistema della proroga del rapporto contrattuale. In assenza di alcuna procedura di evidenza pubblica, gli indagati sono riusciti per anni a proseguire artificiosamente il rapporto con l’Asp. Per i pm ci sarebbe stato “un collaudato sistema di corruttela”: false fatturazioni emesse da imprese compiacenti ma anche indebite dazioni di denaro. Mazzette elargite in maniera continuativa e sistematica al fine di mantenere saldo nel tempo il pactum sceleris siglato tra i funzionari dell’Asp e gli imprenditori vicini ai clan che godevano di una “corsia preferenziale” nelle stanze dell’azienda sanitaria.

Con l’operazione “Inter nos” sono emerse delle anomalie legate anche alla gestione della pandemia: L’Ati “Helios” ha svolto in maniera irregolare i servizi straordinari di sanificazione e disinfestazione che gli erano stati affidati dall’Asp a seguito del diffondersi del coronavirus.

“Si compra una pompetta, non è che si deve fare per forza con il macchinario”. È una delle intercettazioni registrate dalla guardia di finanza. E ancora: “In un giorno se è solo la sanificazione senza pulizia… perché la pulizia c’è…se ce la danno… senza pulizia si possono organizzare per farsene venti in un giorno… perché per andare a fare solo (simula uno spruzzo con la bocca).. e se ne vanno…e mezz’ora…hai capito? Quindi ne possono fare venti, a noi ci conviene, se noi ci aggiustiamo…per dire…gli mettiamo, un esempio, ne fanno venti”.

Stando all’inchiesta, in piena pandemia, gli arrestati si sarebbero appropriati indebitamente dei dispositivi di protezione individuale anti-Covid-19, sottraendoli finanche al personale sanitario impegnato in occasione dell’emergenza. “All’inizio della pandemia – è scritto nell’ordinanza – Mario D’Andrea si è appropriato indebitamente, in parte condividendole con il figlio Antonino e la funzionaria Ambrogio, di ben oltre cento mascherine destinate ai medici impegnati nell’emergenza da Covid, in un periodo di estrema penuria di dispositivi sanitari di protezione individuale, considerati preziosissimi”.

Come se non bastasse, alcuni indagati si sarebbero sottoposti indebitamente alla vaccinazione prevista, all’epoca dei fatti, solo per individuate categorie. Scrive sempre il gip Karin Catalano: “Il 15 gennaio 2021, quando la campagna vaccinale sta muovendo ancora i suoi primissimi ed incerti passi” alcuni indagati “vengono vaccinati presso l’ospedale Tiberio Evoli di Melito, con precedenza rispetto a medici, infermieri, operatori sanitari e tutti coloro che sono impegnati in prima linea nella lotta alla pandemia”.

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